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Donna, parità e islam: ripensare la fede per rispondere alle attese dell’uomo moderno – 1 PDF Stampa E-mail



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È la via per superare il contrasto tra versetti del Corano e detti della Sunna del profeta dell’Islam che talvolta non vanno nello stesso senso. Alcuni elogiano la donna o ne parlano in modo neutrale, altri dicono che sono le tentatrici e che l’inferno è popolato di donne. Inoltre, alcuni versetti parlano di uguaglianza tra uomo e donna, altri di disuguaglianza. Che oggi è giuridica, non culturale.


Beirut - Il 20 febbraio scorso, l’Università della Svizzera Italiana, situata a Lugano, ha organizzato un incontro internazionale sulla situazione delle donne musulmane. Per lanciare il dibattito aveva invitato la dott.ssa  Huda Himmat come relatrice, la quale ha sviluppato il seguente titolo: “Sottomesse ... a chi?! Donne musulmane parlano di sé”.

Chi è Huda Himmat? E’ un imprenditrice libero professionista; ha un Master in diritto internazionale dell’università di Londra; fino a poco fa, era la vice-presidente del FEMYSO (Forum of European Muslim Youth and Student Organisations) la cui sede è a Bruxelles. È la figlia di Ali Ghaleb Himmat, nato a Damasco nel 1938, naturalizzato italiano nel 1990 e residente a Campione d’Italia; è co-direttore della Taqwa Bank, la banca dei “Fratelli Musulmani”, e capo della Islamiche Gesellschaft in Deutschland fondata da Sa’id Ramadan, padre di Tariq e Hani Ramadan. Huda Himmat è cresciuta a Campione d’Italia, e da alcuni mesi  è portavoce della “Comunità islamica ticinese”.

La relatrice ha insistito sul fatto che le discriminazioni nei confronti della donna nell’islam non dipendono dal Corano o dalla Sunna, ma da come vengono interpretati, e che esse sono dovute all’ignoranza dei poveri e al maschilismo di certi uomini. Maometto non ha mai picchiato una donna, e molti versetti coranici parlano della dignità delle donne. Esistono problemi, ma anche in Europa, dove la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne. Comunque, nell’islam non esiste la sottomissione della donna, come dice San Paolo.

Queste riflessioni le sentiamo spesso in Europa nella bocca di musulmani. Si sente anzi spesso che l’Islam ha liberato la donna araba. Questi discorsi apologetici, comprendono elementi veri ed altri non esatti. Mi è sembrato utile fare il punto sulla situazione, per portare un po’ di chiarezza. Più ancora, il mio scopo è di affermare la possibilità dell’Islam di evolvere e di far evolvere la società, a condizione di accettare di ripensare la fede in profondità. Essendo questo lavoro assai difficile, è necessario farlo insieme, cristiani e musulmani ed altri, con amicizia e fratellanza.

La “Giornata internazionale della donna”, che festeggeremo l’8 marzo e che sta purtroppo assumendo sempre di più una connotazione di mero carattere commerciale, è l’occasione di riflettere sul significato della parità tra donna e uomo, e sulle troppo reali disuguaglianze esistenti in tanti Paesi del mondo, islamici e non islamici.

Ci sono versetti del Corano e detti della Sunna (tradizione) del profeta dell’Islam che talvolta non vanno nello stesso senso. Alcuni elogiano la donna o ne parlano in modo neutrale, altri dicono che sono le tentatrici e che l’inferno è popolato di donne. Inoltre, alcuni versetti parlano di uguaglianza tra uomo e donna, altri di disuguaglianza. Quale atteggiamento adottare?

Gli autori musulmani fanno generalmente dell’apologetica: se vogliono giustificare un concetto scelgono i versetti che meglio sostengono la loro tesi. Ma questo è un metodo inaccettabile, perché è selettivo. Dobbiamo sempre tenere presente la visione globale del Corano sulle questioni che si sollevano, indicando i pro e i contro. Se no, rischiamo di snaturare il testo coranico.

Necessità di reinterpretare il testo coranico ad ogni epoca

Nel Corano ci sono tante discriminazioni. Più esattamente non c’è uguaglianza di principio, cioè uomini e donne non hanno gli stessi diritti fondamentali. Questo non deve sorprendere. Anche nella Bibbia possiamo trovare disuguaglianze tra uomo e donna, forse persino più grandi. È normale, perché Dio parla agli uomini secondo il loro linguaggio e la loro mentalità, ma tocca agli uomini capire l’intento del testo rivelato.

Nell’islam, esiste lo stesso principio che consiste nel ricercare “lo scopo della sharia” (maqâsid al-shari‘ah). I musulmani che leggono il Corano come se fosse un testo immutabile, letteralmente applicabile a tutti i tempi e in tutti i luoghi, creano il problema. È il loro modo di capire il Corano, e di applicarlo in leggi, che pone problema.

È possibile reinterpretare il Corano? Certo! Ma è più facile dirlo che farlo. Si debbono stabilire dei criteri d’interpretazione, cioè una “ermeneutica”. È quello che manca oggi agli esegeti del Corano. Il motivo? Da almeno sette secoli non lo si fa più: il pensiero è come bloccato. Più passa il tempo, più diventa difficile questo lavoro. Oggi, chi prova a farlo sono musulmani di livello accademico, ma vengono immediatamente accusati d’ignoranza in materia religiosa o d’eresia. Quanto ai dotti in materia religiosa (gli ‘ulamâ’ o “ulema”) non fanno che ripetere le interpretazioni classiche degli antichi commenti (tafsîr).

Problema solo culturale?

Si dice spesso che il problema non è del Corano, che è perfetto. Il problema viene dall’ignoranza dei fedeli, dalle tradizioni ataviche, o dalla cultura dei vari paesi islamici. È anche vero. Ma la domanda, senza risolvere il problema, ne provoca un’altra: donde vengono questa ignoranza, queste tradizioni, questa cultura? Perché tanti musulmani attribuiscono a queste tradizioni e a questa cultura maschilista un valore religioso islamico ? Se poi il problema è delle tradizioni e delle culture in cui viene interpretato, allora con che diritto queste vengono trasformate in leggi divine?

Sostenere che è solo un problema di alcuni Paesi e alcune culture non è corretto: è un problema assai generale nel mondo islamico. Prendere la Tunisia e la Siria come esempi di uguaglianza tra i sessi, è piuttosto l’anti-dimostrazione. In effetti, se in Tunisia o in Siria c’è più libertà per la donna e più uguaglianza tra i due sessi, non è a causa dell’islam, ma per il fatto che questi due Paesi hanno fatto una scelta di laicità moderata. La Tunisia ha adottato negli anni '50, sotto l’influsso del presidente Bourguiba, una legislazione laica per risolvere questo problema, e la Siria ha fatto lo stesso con l’ideologia laica del Baath.

In realtà, laddove c’è un sistema laico, non musulmano, c’è una certa libertà. Tutte le volte che un Paese cerca di essere più “musulmano”, di “ritornare all’Islam autentico”, è la donna che ne paga le conseguenze negative! Invece, dove non viene applicata la sharia, c’è più libertà.

Problema teologico, cioè di ermeneutica

La dott.sa Himmat ha ragione a sostenere che il problema è nell’interpretazione, ma perché non si riesce a cambiare l’interpretazione del passato? Perché dietro c’è una concezione rigida della rivelazione, che non permette lo sviluppo omogeneo della esegesi. Se dico che il testo del Corano è rivelato da Dio, il quale l’ha fatto “scendere dal cielo su Maometto” e che non si tocca, allora non c’è più possibilità di interpretare. Bisogna avere l’onestà di interpretare il Corano dicendo che la rivelazione passa attraverso uomini di una determinata cultura in un determinato contesto spazio-temporale. 

Invece, ciò che facciamo nel nostro mondo arabo è di dire che il Corano e la Sharia sono perfetti, ma che noi e le nostre società siamo cattivi e non siamo desiderosi di applicare la Legge divina. Vorrei evocare un aneddoto: tre anni fa è venuta a trovarmi a Beirut una coppia di studenti iraniani per fare un dottorato di ricerca con me. Il marito, che parlava meglio l’arabo, mi spiegò che la moglie voleva fare la tesi su “Il ruolo della donna nell’islam e nel cristianesimo”, per dimostrare che l’islam aveva liberato la donna. Andammo in biblioteca e mostrai loro una cinquantina di volumi scritti in arabo aventi tutti questo scopo: dimostrare che l’islam ha liberato la donna e che Corano, Sharia ed Islam sono innocenti rispetto alle discriminazioni!

 

Asia News - di Samir Khalil Samir, SJ