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Donna, parità e islam: ripensare la fede per rispondere alle attese dell’uomo moderno – 2 PDF Stampa E-mail


 

Disuguaglianze giuridiche in nome dell’Islam

 

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Ma nei fatti e nei principi non è così: le differenze giuridiche sono numerosissime. Per citare alcuni esempi:

- la testimonianza della donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo;

- la femmina (figlia, sorella, ecc.) eredità metà del maschio (figlio, fratello, ecc.). Ma nella scuola sciita giafarita, che rappresenta circa 13% dei musulmani, non si fa differenza tra maschio e femmina;

- la donna non ha il diritto di viaggiare senza permesso del marito, o del padre, o del fratello, o del figlio, insomma di un maschio. In Egitto per esempio questo principio si applica anche ai cristiani; mi sono personalmente rifiutato di dare il permesso di viaggio a mia madre, spiegando che da noi cristiani il figlio non ha autorità sulla madre … e ho finalmente ottenuto un trattamento d’eccezione!

- l’uomo non ha bisogno del permesso di una donna, fosse anche sua moglie, per viaggiare; alcune scuole giuridiche vietano alla moglie di uscire di casa senza il permesso espresso del marito (anche in Occidente), mentre la reciprocità in merito non è sostenuta da nessuna scuola;

- il maschio può sposare fino a quattro mogli simultaneamente, se ha la possibilità di mantenerle, mentre la femmina non può sposare più di un uomo;

- l’uomo può acquistare tutte le concubine che desidera, secondo il Corano, mentre la donna non può acquistare concubini;

- il marito può ripudiare la moglie, senza neppure un processo in tribunale, mentre la moglie può solo chiedere al marito il favore di essere ripudiata; 

- il musulmano può sposare una cristiana o un’ebrea, anche se rimane tale e non si converte all’islam, mentre la musulmana non può sposare un cristiano o un ebreo che rimane tale, se non si converte all’islam;

- i figli appartengono al padre; la madre può solo occuparsene fino all’età di 7 anni;

- i figli assumono obbligatoriamente la religione del padre, non della madre, anche se lo volessero.

Da notare che questi punti non derivano da una cultura tradizionale o liberale, sono tutti punti giuridici, considerati musulmani e derivano dal Corano o dalla Sunna (la Tradizione muhammadiana), ammessi dalla maggioranza dei musulmani. La tradizione maschilista viene ad aggiungere usanze che limitano di più lo spazio della donna e aumentano la disuguaglianza tra i sessi, come per esempio il terribile “crimine d’onore” largamente diffuso nelle società musulmane.

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Un aspetto giuridico importante è la questione dell’impurità fisiologica della donna dovuta alle mestruazioni o al parto. Quando la donna ha le mestruazioni è ritualmente impura. Non può fare le cinque preghiere quotidiane, perché la sua preghiera non è valida. Non può toccare un Corano. Non può praticare il digiuno di Ramadan e deve ricuperare i giorni impuri dopo il Ramadan. Per questo motivo un uomo non può toccare una donna a rischio di diventare impuro se lei fosse in stato impuro; può darle la mano solo se ha un guanto o qualcosa di simile per evitare il contatto diretto che trasmette l’impurità.

Questa concezione dell’impurità della donna appartiene alla cultura semitica e si ritrova nel giudaismo come nel cristianesimo antico e in altre religioni e culture. La caratteristica dell’islam è di aver legalizzato questa dimensione culturale ancora oggi (in questo, l’islam è vicino al giudaismo ortodosso). Le conseguenze psicologiche e sociologiche per le donne sono gravi.

Disuguaglianze basate sul Corano e la Sunna

La disuguaglianza tra uomo e donna ha un fondamento in alcuni brani del Corano, e in molti detti attribuiti a Muhammad, il più frequentemente citato dice: “La donna è carente in mente e in religione” (al-Mar’ah nâqisah ‘aqlan wa-dînan).

Nel Corano, l’uguaglianza davanti a Dio tra l’uomo e la donna è totale. Il migliore dei due è il più devoto. Ma la questione non è “davanti a Dio” o “agli occhi di Dio”: è nella vita quotidiana.

Tre versetti sono spesso citati, che riferisco secondo la versione “ufficiale” dell’UCOII:

2/223 “Le vostre spose sono per voi come un campo [da arare]. Venite pure al vostro campo come volete” (Nisâ’ukum harthun lakum, fa’tû harthakum annâ shi’tum). Tre parole sono importante: Harth = “campo da arare”; lakum = “che vi appartiene”; annâ = come, molte traduzioni spiegano “come e quando”. Il versetto significa dunque: “Le vostre spose sono un campo da arare che vi appartiene. Venite dunque ad arare il vostro campo come e quando volete”. Da questo, si deduce spesso che la moglie è proprietà sessuale del marito, che ha diritto a possederla come e quando vuole”.

2/228 “Le donne divorziate osservino un ritiro della durata di tre cicli, e non è loro permesso nascondere quello che Allah ha creato nei loro ventri (arhâm = litt. uteri), se credono in Allah e nell'Ultimo Giorno. E i loro sposi (bu’ûl = litt. signori) avranno priorità se, volendosi riconciliare, le riprenderanno durante questo periodo. Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini sono superiori. Allah è potente, è saggio”. L’espressione “ma gli uomini sono superiori” traduce wa-li-l-rigâli ‘alayhinna daragah, che significa letteralmente “e gli uomini le superano di un grado”.

 

4/34    “Gli uomini sono preposti (qawwâmûn) alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande”.

È il versetto più frequentemente citato. Qawwâmûn si traduce spesso con “hanno autorità”. Il motivo dato dal Corano per questa predominanza è doppio: il primo è la preferenza divina (faddala Allah), il secondo è d’ordine finanziario. Se l’uomo teme l’insubordinazione (nushûz) della donna, userà tre mezzi per riportarla alla subordinazione: l’esortazione, la privazione sessuale (ma lui ha le altre spose, più le schiave acquistate, come specifica il Corano), infine le battiture.

È ovvio che, sul piano umano, non c’è uguaglianza tra uomo e donna, marito e moglie. Questo fatto non sorprenderà nessuno: siamo in Arabia, all’inizio del settimo secolo. Il Corano si rivolge a persone concrete, usando della loro cultura. Come quando parla delle pene (hudûd) da infliggere a chi ruba o commette adulterio, ecc. Sorprende invece il fatto che i musulmani non abbiano ripensato i testi che considerano rivelati da Dio per adattarli alla situazione e alla cultura di oggi.

Riflessione personale conclusiva

Mi sia permesso una riflessione personale. Tutte le religioni sono confrontate con questa problematica, non solo l’islam; come tutte le civiltà devono ripensare regolarmente le loro costituzioni e leggi, per salvare la motivazione iniziale esprimendola in concretizzazioni nuove. Questo ripensamento non è un tradimento, bensì una fedeltà allo spirito.

A mio parere, il mondo musulmano si trova in una fase difficile, una crisi di crescita. L’occidente esercita una forte attrazione-ripulsione sul mondo musulmano. La tentazione è di adottare totalmente l’occidente o di rigettarlo totalmente. Ambedue le soluzioni sono errate. Dobbiamo, noi arabi e musulmani, discernere: attenersi ai grandi principi umanistici dell’Occidente, per ridare all’uomo arabo e musulmano la sua dignità e libertà; e rigettare tutto ciò che degrada e avvilisce l’Uomo (cioè donna e uomo) e la sua dignità spirituale, sia che venga dall’islam o dal cristianesimo, dalla modernità o dalla tradizione. Soprattutto, è odioso stabilire una qualunque disuguaglianza tra gli esseri umani (basata sul sesso, o sulla religione, o sullo statuto sociale, o sulla razza, ecc.) fondandola sulla religione, com’è odioso giustificare la violenza in nome della religione o di Dio.

Questo cammino è da percorrere insieme, credenti e no, occidentali e stranieri, gente del “primo mondo” e del “terzo mondo”. Al di là della fede o dell’ateismo, l’umanesimo vero e profondo, impregnato di spiritualità – essendo l’uomo fatto di corpo, anima e spirito –, ci permetterà di trovare insieme una certa armonia che sembra oggi in via di sparizione. L’islam non è il nemico, nemmeno il cristianesimo, l’ebraismo, o altre religioni lo sono. L’intolleranza e la scomunica dell’altro (takfîr) sono i veri nemici. Il compito del credente consiste nel ripensare la fede per rispondere con profondità alle attese del mondo odierno.

 

Asia News - di Samir Khalil Samir, SJ