Testimonianze
Raccontano...
Sr. Stefania: Tutti consacrati e inviati nel mondo | Sr. Stefania: Tutti consacrati e inviati nel mondo |
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Quando t'imbatti in una cosa bella, la racconti. (Bruno Maggioni) Quando fai un’esperienza così vitale, non puoi non raccontarla. Suor Stefania Raspo ha partecipato, il 4 maggio 2010 a una serata dove, con semplicità e gioia ha “raccontato” la sua esperienza di vita e di missione. A continuazione offriamo alcuni dei suoi dati personali e il testo della sua testimonianza.
“Mi chiamo Stefania Raspo, sono nata a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 14 febbraio 1977. Sono cresciuta nella realtà parrocchiale del mio paese, Revello, e fin dall’ adolescenza mi sono impegnata nella pastorale, nell’animazione liturgica e dei ragazzi all’oratorio. Sono laureata in filosofia, e durante il tempo dell’università il mio impegno pastorale si è intensificato, dando il mio contributo anche a livello diocesano. In uno degli eventi promossi dalla pastorale giovanile ho incontrato i missionari della Consolata e il loro centro di spiritualità alla Certosa di Pesio. L’ambiente e il tipo di spiritualità, fortemente radicata nella meditazione della Parola di Dio, mi ha molto attratto, così ho iniziato a frequentare la “scuola di preghiera” mensile. Il 29 gennaio 2008, a San Paolo – Brasile, dove ho percorso la tappa formativa del noviziato, ho emesso la mia prima professione religiosa come Suora Missionaria della Consolata. Adesso mi trovo a Nepi, in provincia di Viterbo, e studio a Roma, nella facoltà di teologia dell’università Urbaniana. Attualmente sto collaborando con l’ufficio catechistico della diocesi di Civita Castellana e con il Movimento Giovanile Missionario a livello nazionale”.
“Il tema di questa serata è Tutti consacrati e inviati nel mondo. Come apprendista teologa potrei anche farvi una lezioncina su cosa significa missione, e come missionaria consacrata potrei raccontarvela. Provo semplicemente a non fare nessuna delle due cose, o forse farle entrambe, però facendolo come Stefania, raccontando ciò che fa parte della mia vita, ed in essa entrano anche lo studio teologico e la vocazione missionaria. È un po’ quello che dice la frase che vi ho letto all’inizio, e che mi accompagna da una decina di anni. È anche la risposta più convincente che do a chi mi chiede ragione di questa scelta di vita e – detto tra noi – è anche la risposta che do a me stessa, perché alle volte mi sorprendo anch’io di aver intrapreso questo cammino. L’esperienza del cristiano è comunicazione: essa parte da Dio, che si presenta a noi come Parola. Questa parola diventa vita, vita in abbondanza che non si può non comunicare agli altri: questo è il vangelo, la buona notizia da raccontare anche sui tetti, come dice l’evangelista Luca (12,3). Quando fai un’esperienza così vitale, non puoi non raccontarla. E se magari non la racconti davanti a un microfono, come sto facendo io, lo fai con la vita, con un sorriso, con una mano tesa: una parola raccontata con la vita, perché la Parola è diventata vita in te. Questa è l’esperienza del battezzato, che è morto e risorto con Cristo, che ha toccato con mano fin dove si è spinto il Signore per amore suo. E un’esperienza così diventa annuncio, non la si può contenere, non è un fatto privato. Perciò nel Battesimo siamo tutti consacrati e inviati. Forse questa prospettiva dovrebbe un po’ interrogarci sulla tendenza diffusa – e che in fondo abbiamo un po’ tutti – di ridurre la fede alla sfera del privato, dell’intimo. Un’esperienza così grande non può non essere comunicata. In fondo è questa la ragione per cui mi sono lasciata affascinare dalla missione: l’idea di andare lontano, in mezzo a gente che non conosceva il vangelo, per dire a loro quanto meraviglioso è Dio, che ci ama, che ama ciascuno come se fosse l’unica creatura sulla faccia della Terra. Però col tempo ho anche imparato che non importa il luogo, la distanza… missione è lì dove uno è. Per esperienza so che si può essere in un posto con tante sfide, e vivere come se non esistessero, oppure vivere in un luogo che – nell’immaginario collettivo – mai sarebbe chiamato “missione” e viverla autenticamente. “Non importa il come il dove, il se…” dice un canto famoso del Gen Verde, l’importante è che tutto ruoti attorno al Signore, o anche: che ci lasciamo guidare e plasmare dalla relazione con lui. Se guardo indietro e vedo la mia vita, posso scorgere le orme del mio cammino. Alle volte la traiettoria è un po’ confusa, alle volte decisamente più netta e diritta. E poi ci sono delle altre orme, delle “orme luminose”, come ho sentito dire una volta: quelle persone giuste al momento giusto, che mi hanno aiutato nel cammino. Che hanno lasciato una tessera colorata che, insieme a tante altre, alla fine hanno composto un’immagine compiuta. Vengo da una terra di numerose vocazioni missionarie e di grande impegno di collaborazione, da parte della Chiesa locale, per le missioni, come penso sia anche qui a Carpi (le mie suore, infatti, mi hanno parlato con molto entusiasmo e riconoscenza di tutto quello che fate per aiutare le missioni in Tanzania, e tutto l’affetto e amicizia che vi lega a suor Gabriellina). Perciò la missione è entrata presto nelle mie orecchie, e anche nel cuore. Quando ero ancora bambina, uno zio sacerdote di mia mamma è partito per il Brasile come fidei donum, quindi l’esperienza dell’andare oltre frontiera era di casa. Mi ricordo che a 13 anni volevo andare a tutti i costi in Brasile a trovarlo, ma mia mamma diceva che ero troppo piccola. E poi, quando le ho detto che sarei partita per il Brasile, quando ero già in Istituto, la sua prima risposta è proprio stata: “Alla fine ce l’hai fatta ad andarci!” La svolta nella mia vita è stata l’incontro con la Parola di Dio. Ho sempre sentito una grande attrazione verso la Bibbia, tuttavia il salto di qualità è avvenuto quando – insieme a un gruppo di giovani della diocesi – sono andata ad un ritiro spirituale alla Certosa di Pesio, un centro di spiritualità dei Missionari della Consolata, che si trova in Piemonte. Lì ho scoperto la Lectio Divina, e la mia vita è cambiata. Non che prima non credessi, ero molto impegnata in parrocchia, anche cercavo di crescere nella preghiera, ma c’è stato un salto di qualità; ecco quindi un’altra orma luminosa sul mio cammino. Facendo un cammino di scuola di preghiera in Certosa, è maturato dentro di me il desiderio di donare tutta la mia vita al Signore, che – lo sentivo – mi aveva dato tutto se stesso. Allora ecco che, guardando indietro, e vedendo le orme luminose, ho anche intuito che il cammino mi portava in quella direzione, verso la consacrazione della vita, e specificatamente nella vita missionaria. L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata è una congregazione religiosa ad gentes. Questo significa che siamo state “sognate” per portare il primo annuncio del Vangelo a chi ancora non lo conosce. Fondate nel 1910 (stiamo festeggiando i 100 anni di vita), presenti attualmente in 4 continenti, lo spirito rimane quello del primo annuncio del Vangelo, per questo nel 2003 abbiamo aperto la nostra prima comunità in Mongolia, in una Chiesa giovanissima, di pochi decenni e di un centinaio di cattolici. Quando ci troviamo in terre dalla cristianizzazione plurisecolare (come l’Europa e l’America) ci sentiamo impegnate a stimolare la missionarietà della Chiesa locale. Alle volte si sente discutere sulla missione: c’è chi dice che la missione è dappertutto, anche qui, e c’è chi dice che la missione è fuori, è andare lontano. A me pare che non ci sia conflitto tra le due affermazioni. Missione è il mandato di Gesù risorto: andate e annunciate il vangelo ad ogni creatura (Marco 16,15). Questo “ogni” è onnicomprensivo: non solo parla di ogni persona, ma addirittura di ogni creatura, è cosmico, perché nulla rimane fuori da questa comunicazione di vita, come dicevamo all’inizio. Quindi da una parte è bene dire che ogni cristiano è missionario, che la missione è anche qui. E’ verissimo, è la cartina di tornasole della nostra fede: se essa è vita pulsante e trasformante dentro di noi, allora la si comunica, altrimenti, forse, è una pura illusione, per dirla brutalmente. Una fede che non cambia la vita e la muove, è una teoria, una filosofia, ma non è fede. Lo stesso Concilio Vaticano II dice: “La Chiesa è per sua natura missionaria” (decreto Ad gentes, n.2), dove quel “per sua natura” ha una forza sconvolgente: significa che la Chiesa, se rifiuta la missione, non è chiesa, secondo il sogno di Dio. Poi, all’interno della Chiesa di Cristo, ci sono tante molteplicità di espressione di questa fede vissuta che diventa missione. Una prima distinzione si può fare, appunto, parlando di missione “ad gentes”, che significa verso i popoli, le genti, verso coloro che non conoscono Gesù. È una chiamata nella chiamata: qualcuno riceve una particolare vocazione a partire, lasciare la sua terra, vivere in mezzo a un popolo che non è il suo (quindi, come straniero) per annunciare Cristo là. La missione ad gentes non interessa solo preti e suore, ma anche i laici: ciascuno con la propria specificità, soprattutto con le proprie caratteristiche e potenzialità. Noi le vediamo molto bene quando noi suore lavoriamo insieme con i padri, i fratelli e i laici missionari della Consolata: c’è una complementarietà bellissima, ognuno mette il meglio di sé. Questa è la Chiesa! Anche qui in Italia. Una caratteristica molto importante della missione ad gentes è che il missionario non parte mai da solo: vi è una chiesa locale che lo invia e continua ad accompagnarlo, e questo, vi assicuro, è veramente fondamentale. Quando ero in Brasile (sono stata tre anni a São Paulo) mi sono venuti a trovare due sacerdoti della mia diocesi, di passaggio, ed è stata una gioia grande, una forza, anche, perché sappiamo che non siamo soli e non agiamo di testa nostra, ma il desiderio di comunicare l’esperienza di vita che è in ciascuno di noi si concretizza anche nel mandato missionario che diamo a questo nostro fratello o sorella che parte. E questo è veramente bellissimo, è il corpo mistico della Chiesa. Solo gli occhi vedono, ma tutto il corpo è nella luce. Solo i piedi camminano, ma tutto il corpo si muove e si sposta. Quindi la missionarietà è di tutti in questo senso: che tutti siamo spinti a comunicare la nostra fede dalla vitalità dell’esperienza di incontro con Dio, per la natura stessa dell’esperienza travolgente, che ci tocca nel profondo. E poi, in secondo luogo, perché come Chiesa alcuni di noi partono ad gentes e tutti gli altri inviano e sostengono, anzitutto con la preghiera e l’affetto e poi – siccome l’amore è sempre concreto, altrimenti non è amore – anche con l’aiuto materiale. Tuttavia è necessario sempre ricordarci che la missione non è mai una semplice impresa umanitaria, come alle volte la riduciamo anche noi missionari. Forse il rischio di ridurre la missione ad un’opera umanitaria c’è sempre stata e continua ad esserci, per diversi motivi: anzitutto perché, fino a pochi anni fa, si consideravano terra di missione dei paesi sottosviluppati, per cui necessariamente il Vangelo era accompagnato dall’opera di carità dei missionari. Il secondo motivo, e qui non vorrei scandalizzare nessuno, è molto umano: alle volte è più facile “nascondersi” dentro strutture stile europeo che camminare in mezzo alla gente, è più facile dispensare aiuti che essere semplicemente una “presenza”. Con questo non voglio svalutare la missione come spesso la intendiamo, ma è pur vero che un ripensamento sullo stile di presenza è molto attuale, e ci tocca da vicine. Un’immagine che si può usare oggi è quella dell’ andare a mani vuote e piedi scalzi, essere una presenza e non un’agenzia di servizi… Perché, alla fin dei conti, rimarrà l’amore che uno ci ha messo, non la struttura in sé (la scuola, l’ospedale…), e noi missionari andiamo in missione per amore a Cristo e all’umanità, come già ci diceva il nostro padre fondatore, il Beato Giuseppe Allamano. Questo è un discorso ideale, forse un po’ astratto: non significa che si devono lasciare le opere di promozione umana, ma il rischio di fermarsi solo a queste è sempre in agguato”.
Sr. Stefania Raspo, MC |
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