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Cuba: «Riconciliazione oltre il socialismo» PDF Stampa E-mail


Parla Oswaldo Paya', il dissidente politico più celebre dell'Isla Grande. «Via l'embargo, favorisce l'elite al potere».

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Oswaldo Payá Sardinas è il più famoso dissidente politico di Cuba. Fondatore del Progetto Varela, il movimento cubano per la democrazia ispirato al sacerdote del XIX secolo padre Felix Varela, e del Movimento cristiano di liberazione, ha continuato a condurre un’opposizione non violenta al regime, nonostante la maggior parte dei leader del movimento siano in carcere.

Settantacinque partecipanti al Progetto Varela sono stati arrestati nel marzo 2003. Cinquantadue di loro sono stati rilasciati la settimana scorsa in base a un accordo in parte promosso e sostenuto dalla Chiesa cattolica cubana.

In questa intervista rilasciata al corrispondente del National Catholic Register Victor Gaetan, Payá parla dell’embargo Usa a Cuba e delle sue idee riguardo a ciò che i cattolici americani possono fare per aiutare i cattolici cubani.

Come descriverebbe l’attuale regime?

Il governo esercita un forte controllo sulla maggioranza, ma non ha il supporto della maggioranza.

Quali sono oggi le priorità del Movimento cristiano di liberazione?

Dopo il 2003, ci siamo mossi in una nuova direzione, più privata rispetto al Progetto Varela, ma con un’attività fondata sul dialogo. Abbiamo lanciato l’invito a un dialogo al quale hanno partecipato tra le 12 e le 15 mila persone, che si sono riunite nelle loro case in tutto il Paese. A volte si incontravano anche nelle chiese. Hanno messo per iscritto le loro opinioni e abbiamo quindi concluso con un programma e una proposta di legge elettorale. Queste proposte sono state redatte sotto forma di un “Programma per tutti i cubani” che descrive una transizione verso la democrazia. Piccoli gruppi continuano a incontrarsi nell’ambito di un “Forum di tutti i cubani” finalizzato a un cambiamento non violento e del perseguimento dei diritti umani fondamentali.
Abbiamo due priorità concrete. La prima riguarda la nostra proposta di legge, avanzata due anni fa all’Assemblea Nazionale, contro la discriminazione nei confronti dei cubani. Questa legge stabilisce il diritto dei cittadini cubani a lasciare il Paese e a viaggiare. In questo momento non abbiamo il diritto di viaggiare, il che è discriminante. La seconda priorità è la riattivazione del Progetto Varela di cui abbiamo parlato.

Quali sono i principali risultati raggiunti dal Movimento cristiano di liberazione?

Dobbiamo ringraziare Dio perché stiamo ancora combattendo e sperando, e perché abbiamo aperto una strada concreta e pacifica che può condurci verso la democrazia e la libertà. Ritengo che questo sia un traguardo raggiunto. Abbiamo distrutto il mito del regime – che si basa sulla supposizione che il popolo cubano non possa vincere la paura – un mito che afferma: “Dopo il socialismo non c’è alternativa. Socialismo o morte”. Noi invece diciamo: “Libertà e vita”. Questo definisce il nostro programma. Questo è un regime che ha cercato di confiscare l’essere umano stesso. La prima fase del regime è stata contrassegnata dal tentativo di scristianizzare l’intera cultura e popolazione. Noi abbiamo contrastato questo grottesco tentativo. Abbiamo presentato al regime un chiaro contro-messaggio. Diciamo ai cubani: “Voi avete una dignità e una libertà che nessuno può togliervi, e questa liberazione non richiede l’odio e la distruzione di coloro che ci opprimono”. Vogliamo il dialogo con i nostri oppressori ai quali diciamo: “Non vi odiamo, ma vi amiamo e non ci sottometteremo per paura”. Cambiamento significa riconciliazione, perché sarà una riconciliazione tra noi. E affermiamo: “Anche noi cubani abbiamo il diritto ad avere diritti. Siamo esseri umani, figli di Dio, e questa è la fonte di ogni diritto, la prima libertà, la libertà della casa di Dio, per la quale anche chi non crede in Dio ha i suoi diritti”.

Che cosa possono fare gli Usa e la Chiesa statunitense per il Movimento cristiano di liberazione?

Prima di tutto, pensiamo non ai governi, ma ai popoli e alle società. Se parliamo di una chiesa, dobbiamo parlare del popolo di Dio. Chi crede, deve pregare. Noi abbiamo fiducia nel potere della preghiera che ci sostiene. Si può proclamare e sostenere che esiste un’alternativa pacifica a Cuba. E ciò non significa fare un salto verso il capitalismo selvaggio. Questo è un socialismo selvaggio, in cui i poveri sono così poveri che non hanno nemmeno la voce per dire che sono poveri. [Hugo] Chavez ha intrapreso la stessa strada. Vengono nel nome dei poveri, ma si impadroniscono della voce dei poveri. Il popolo cubano dovrebbe riavere la sua voce.

Qual è la sua posizione sull’embargo economico degli Usa a Cuba?

Prima di tutto, 48 anni sono abbastanza lunghi per capire che non è un fattore di cambiamento a Cuba. Il gruppo al potere a Cuba conduce una vita da ricchi. Non gli manca nulla. Stanno bene nonostante l’embargo. La sofferenza resta ai poveri. L’embargo è diventato un importante strumento politico per il governo. È usato dal regime come una scusa per giustificare le misere condizioni economiche. Ovviamente l’embargo dovrebbe essere sollevato, come hanno dichiarato il Vaticano e la conferenza episcopale degli Usa. Ma non è sollevando l’embargo che si libererà Cuba; è dovere e missione della gente liberare Cuba.

Condivide l’idea che la vostra missione e il vostro ideale siano identici alle sfide che devono affrontare I cattolici nel mondo libero?

Esistono nel mondo forze esclusive che vogliono eliminare Dio, ma le nostre vite sono nella mente di Dio, nella sua infinita saggezza. Questa è una verità che gran parte del mondo moderno non vuole accettare, a Cuba, in Europa, negli Stati Uniti. Vorrei anche dire che abbiamo raccolto centinaia di membri dell’opposizione politica. La sintesi della nostra visione di cambiamento, “Uniti nella speranza” è lunga appena due pagine: una dichiarazione. Così il nostro movimento ha un programma completo, il Programma per tutti i cubani, e una visione comune di cambiamento, “Uniti nella speranza”, che stiamo diffondendo in tutta Cuba. Proprio perché le nostre attività sono una funzione dell’umanesimo cristiano, quello che diciamo e quello che facciamo è qualcosa che serve al resto del mondo. Gli Usa hanno bisogno degli stessi cambiamenti. L’Europa dell’Est e dell’Ovest ha bisogno di cambiamenti. È esattamente la stessa cosa.

Come si immagina la fine del comunismo a Cuba?

Sostengo umilmente che la liberazione sia una nostra responsabilità. Noi cubani dobbiamo svolgere il nostro compito, liberarci dalle menzogne e dall’odio. Cambiamento significa diritti, libertà e riconciliazione, che possiamo ottenere con tutti i cubani, sull’isola e all’estero, in uno spirito di vita donato da Dio.
Gesù afferma: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Questa è la separazione tra Stato e religione. Abbiamo capito che Gesù ci stava dicendo: “La vostra libertà è tale che Cesare non può portarvela via”. Il nostro movimento ha cominciato ad affermare: “Date a Dio quello che è suo”. Cesare non può prendersi le nostre vite, la nostra libertà donataci da Dio. Per questo abbiamo fondato il nostro movimento per la liberazione dalla paura, dall’odio, dalla cultura della paura: da tutto quello che il regime fa per mettere la gente sulla difensiva e affermiamo con chiarezza la nostra fonte di ispirazione. Dobbiamo affrontare questa sfida prima della prossima generazione. Se non lo facciamo da soli, non saremo mai veramente liberi.